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Ogni giorno che passa, testimoni unici ci lasciano la responsabilità delle nostre azioni come essere umani. 
Terza storia di infinite storie di coraggio e resistenza.
Come dice Paolo Paticchio, Presidente dell’Associazione Treno della Memoria, la Shoah non è alle nostre spalle, ma sulle nostre spalle.

Una famiglia grande come il mondo:

Amsterdam 1943.
Questa storia inizia con un padre. Un padre che come tanti altri buoni padri di famiglia ha a cuore la vita della sua. Nel 1943 non era affatto facile proteggere qualcun’altro, soprattutto se eri ebreo in una nazione occupata dai nazisti, e questo spesso ti costringe a prendere scelte difficili. È così che il nostro padre si trova costretto ad affidare suo figlio Elchanan ad un’altra famiglia, la famiglia Zanoli, perché questi possano proteggerlo dalla deportazione. 
Anche per la famiglia Zanoli non era un periodo semplice, pochi mesi prima dell’arrivo del piccolo Elchanan, Henk Zanoli (il padre) venne stato arrestato dai nazisti, perché aveva collaborato con la resistenza olandese, e deportato nel campo di concentramento di Amersfoort. Sua moglie Jans sapeva benissimo a quali rischi andasse incontro nascondendo un ebreo in casa, soprattutto considerando che alcuni dei suoi figli erano attivi nella resistenza olandese, ma non si tirò comunque indietro quando si trattò di accogliere un ragazzino la cui unica colpa era stata quella di nascere dal lato sbagliato della storia.

Henk Zanoli aveva lo stesso nome del padre e da lui aveva ereditato anche l’amore per il prossimo e quell’ostilità verso le ingiustizie che ci da la forza di combatterle. Henk andò a prendere il piccolo Elchanan fino ad Amsterdam affrontando un pericolosissimo viaggio dove ad ogni angolo poteva nascondersi un gruppo di nazisti, pronti ad arrestarlo. Elchanan venne ospitato con affetto e calore dalla famiglia Zanoli che lo protesse fino alla liberazione. Rimasto orfano di entrambi i genitori Elchanan restò per alcuni anni in un orfanotrofio e poi si trasferì in Israele. 
Henk Zanoli (padre) morì in un campo di concentramento e alcuni membri della famiglia vennero giustiziati dai tedeschi. 
A Henk Zanoli (figlio) venne riconosciuto nel 2011 il titolo di “Giusto tra le nazioni”. 
Ma la storia di Henk non finisce qui.

Nel 2014 durante uno dei raid israeliani sulla striscia di Gaza un F-16 abbatte la casa della nipote di sua moglie (la diplomatica olandese Angelique Eijpe, sposata con l’economista palestinese Ismail Ziadah) il bombardamento causò la morte di Hassan al-Zeyada, psicologo, noto a Gaza avere in cura molti palestinesi traumatizzati dalla guerra e fratello di Ismail Ziadah.
Sono vittime anche la madre, i fratelli, la sorella e il nipote di 12 anni di Ziadah.
Henk sapeva bene cosa volesse dire perdere dei parenti in guerra e non riusciva a sopportare di essere stato premiato dagli stessi che ora uccidevano parte della sua famiglia, così scrisse una lettera di fuoco all’ambasciatore di Israele nei Paesi Bassi, criticando pesantemente ciò che il governo israeliano stava facendo.
Tuonò che avrebbe restituito il suo riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”, motivando così la sua decisione:

“Capisco che nel suo ruolo, verso il quale mi sto rivolgendo, non possa esprimere comprensione per la mia decisione. Ma in ogni caso sono sicuro che capirà, a livello personale ed umano, perché per me conservare questo onore concesso dallo stato di Israele, considerate queste circostanze, sarebbe un insulto alla memoria della mia coraggiosa madre, che rischiò la sua vita e quella dei suoi figli combattendo contro l’oppressione e per la preservazione della vita umana, e un insulto a coloro che nella mia famiglia hanno perso non meno di 6 dei loro parenti a Gaza per mano dello stato di Israele.”

Ed è così che Henk ci insegna l’amore per la famiglia, una famiglia grande che coinvolge tutte le persone legate da quel bene prezioso che è la vita.

Foto: Famiglia Zanoli
Fonti: The New york Times, La Repubblica, Yad Vashem. org