Era il 20 luglio 2001, a Genova perdeva la vita Carlo Giuliani. La sera dopo sarebbero avvenuti i tragici fatti della scuola Diaz.
25 settembre 2005 Federico Aldrovandi viene ucciso a seguito di un controllo di polizia.
22 ottobre 2009 a Roma muore Stefano Cucchi.
A Genova l’altroieri, 23 maggio un giornalista di Repubblica viene picchiato dagli agenti mentre documentava degli scontri tra antagonisti e Casapound, così racconta il giornalista: “Ho pensato di morire, non mi vergogno di dirlo. Non smettevano più di picchiarmi, vedo ancora quegli anfibi neri, che mi passavano davanti al volto e, nella testa, mi rimbomba ancora il rumore sordo delle manganellate. Su tutto il mio corpo, che cercavo di proteggere, rannicchiato in posizione fetale, scaricavano una rabbia che non ho mai incontrato prima, che non avevo mai sentito così efferata in trent’anni di professione, sempre sulla strada.”
È forse troppo chiedere basta? È forse troppo chiedere che la polizia smetta di seminare rabbia e terrore? Cosa abbiamo imparato da quella che è stata considerata da Amnesty International come “La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale”? Evidentemente nulla.
Sarebbe troppo chiedere a questo punto una legge che preveda dei codici identificativi o comunque un sistema di identificazione degli agenti coinvolti in operazioni di ordine pubblico? Non solo per tutelare i cittadini, i giornalisti e chiunque si trovi ad avere a che fare con le forze dell’ordine, ma anche gli stessi poliziotti che si impegnano ogni giorno nel loro lavoro e che devono sentirsi insultati e messi in discussione per colpa di “belve in divisa”.
È importante che tutti ci opponiamo a queste forme di violenza, dobbiamo ricordarci che i diritti umani non possono essere accantonati in nome della sicurezza e vanno difesi sempre!