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Oggi, sabato 15 giugno, si tiene a Torino il Pride. Ma questo Pride, così come tutti gli altri di quest’anno, sarà un po’ speciale: nel 2019 si celebrano, infatti, i 50 anni dai moti di Stonewall ed i 25 anni dal primo Pride Italiano.
Ripercorriamo i passi fondamentali che hanno portato a queste due piccole grandi rivoluzioni, ricordiamo perché si sono resi necessari e ribadiamo quanto sia ancora oggi importante celebrare l’Orgoglio LGBT+.

LA REPRESSIONE
1969, Greenwich Village, New York. Lo Stonewall Inn era un locale notturno gestito dalla mafia italiana, luogo di ritrovo clandestino degli appartenenti alla comunità LGBT+ (lesbiche, gay, bisessuali, trans, eccetera) quando l’acronimo LGBT+ non esisteva ancora. E non solo non esisteva quest’acronimo: per la maggior parte dei cittadini non esistevano neanche le persone LGBT+. Di loro nessuno parlava, non si vedevano per strada, non si conoscevano. Erano polvere che la società si premurava di nascondere per bene sotto il tappeto.
Ad ogni tentativo di queste persone di scrollarsi di dosso l’invisibilità sociale che veniva loro imposta si rispondeva con la violenza, sostenuta dalla legge: era quindi reato, punibile con il pagamento di multe o con il carcere, anche solo vestire con abiti del sesso opposto o baciare in pubblico persone del proprio stesso sesso. Per evitare che i locali notturni si trasformassero in punti di ritrovo per persone LGBT+, ai proprietari poteva essere revocata la licenza qualora vendessero volontariamente da bere a gruppi di tre o più omosessuali.
La pratica della prostituzione di omosessuali e trans era combattuta con animo diverso e con impegno decisamente maggiore di quella femminile. Infine, la sodomia (etero e omosessuale) era punita con il carcere, e per i comuni cittadini il solo pensiero che due persone dello stesso sesso potessero avere rapporti, o addirittura essere fidanzate e volersi sposare, era quasi fantascienza.

PERCHÉ ORA?
È curioso che la situazione fosse simile – se non più grave – in ogni angolo del mondo, soprattutto se si considera che il numero di persone LGBT+ sul totale della popolazione globale è molto alto – per esempio, secondo diverse stime, sono gay uno o due uomini ogni venti etero. Perché, se erano così tanti, non si ribellavano, non cercavano di cambiare le cose?
Sicuramente il primo motivo era l’omofobia interiorizzata: in una società tanto omofoba e repressiva da punire con il carcere e giudicare immorale e scandaloso ogni comportamento o atto sessuale che non rientrasse in determinati canoni considerati “normali”, chi era incline ad uscire dai binari si sentiva sbagliato, diverso, “anormale” appunto, e quindi cercava di nascondere la propria natura per vergogna. Questo non significava necessariamente che reprimesse del tutto il proprio essere, per esempio, gay, ma sicuramente che non avesse alcuna intenzione di farlo sapere in giro.
Più spesso ancora, si rimaneva nell’ombra per paura. Paura dello stigma sociale che essere gay avrebbe comportato; paura del carcere, e ancor di più di quello che avrebbe significato essere un omosessuale o una transessuale in un carcere maschile americano degli anni sessanta; paura di essere sbattuti fuori di casa, di perdere la propria famiglia, di non trovare mai più un lavoro ed essere costretti a prostituirsi.
Insomma, le conseguenze negative di un’eventuale ribellione erano troppe, e la speranza di poterne davvero trarre vantaggio erano troppo poche. Così, per decenni, la situazione rimase pressoché invariata. E qui arriviamo al nostro 1969.

La data di per sé è significativa, perché si trattava dell’anno successivo al 1968, in cui un vento di liberazione, di uguaglianza e di femminismo aveva soffiato e cambiato molte cose in tutto il mondo. Era nell’aria – in America e non solo – l’idea che le minoranze, come quella dei neri e, appunto, delle persone LGBT+, avessero il diritto di rivendicare la propria identità e libertà. Un contributo a questo sentimento era dato anche dalla guerra del Vietnam, in cui combattevano ed avevano combattuto la stragrande maggioranza dei giovani americani tra cui, ovviamente, anche numerosissimi omosessuali, che come i soldati afroamericani sentivano il proprio sacrificio non giustamente riconosciuto. Non a caso il motto delle prime rivolte LGBT+ era “Gay power!”, che prendeva chiaramente spunto da quello del movimento di liberazione degli afroamericani, “Black power!”.
Infine, secondo una versione popolare e romantica, una delle cause scatenanti di ciò che successe quell’anno sarebbe stata la morte prematura dell’attrice Judy Garland, considerata all’epoca una grande icona culturale gay. Al suo funerale, tenutosi il 27 giugno 1969, parteciparono 22.000 persone, e si dice che 12.000 fossero omosessuali.

LA RIBELLIONE
In ogni caso, nella notte tra il 27 ed il 28 giugno, una delle abituali retate della polizia in un locale sospettato di ospitare attività illecite si trasformò nella goccia che fece traboccare il vaso. I poliziotti di New York fecero irruzione all’interno dello Stonewall Inn e cominciarono ad arrestare tutti coloro che erano vestiti con abiti del sesso opposto e chiunque fosse sospettato di atti omosessuali, oltre a buona parte dei dipendenti del locale. Due donne però cambiarono la sorte della serata – oltre alla propria e a quella di tutte le persone LGBT+ del mondo negli anni a venire.
Alcuni raccontarono che Stormé DeLarverie, una donna lesbica, mentre veniva arrestata si sia voltata verso gli altri clienti del bar ed abbia urlato «perché non fate qualcosa!?». Un’altra storia, più conosciuta, parla di Sylvia Rivera, ragazza transgender di 18 anni che pare abbia lanciato quella che secondo i più romantici fu una scarpa con il tacco, ma più probabilmente fu una bottiglia di vetro, contro gli agenti.
Queste due azioni fecero scattare qualcosa nei presenti, che finalmente, dopo anni di oppressione e di ingiustizie, decisero di non stare più zitti a guardare. Scoppiò una rivolta, dapprima contenuta e poi crescente a mano a mano che vi si aggiungevano manifestanti. All’urlo dello slogan “Gay Power!” volarono pietre e bottiglie, mentre sempre più persone accorrevano sul luogo dello scontro. Alla fine, quelli che passarono alla storia come “moti di Stonewall” durarono giorni, e video coinvolti più di 2.000 persone LGBT+ e 400 poliziotti.

IL CAMBIAMENTO
Reso fertile il terreno, si cominciano a piantare i primi semi: a luglio dello stesso anno nacque il Gay Liberation Front (GLF), il primo comitato al mondo per la liberazione della comunità LGBT+, che per la fine del 1969 riunì partecipanti e si fece conoscere in scuole ed università di tutti gli Stati Uniti.
Gruppi simili furono fondati negli anni immediatamente successivi in molti Paesi nel mondo, compresa l’Italia, dove nel 1971 nacque il Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), movimento fondato a Torino dal libraio Angelo Pezzana, inizialmente di stampo marxista ed in seguito appoggiato dal Partito Radicale italiano. Contemporaneamente la padovana Mariasilvia Spolato, prima donna italiana a dichiararsi pubblicamente lesbica (e che per questo motivo perse il lavoro di insegnante), fondava il Fronte di Liberazione Omosessuale (FLO), che l’anno successivo confluì nel Fuori!. Pezzana e Spolato diedero vita insieme alla rivista Fuori!, nel cui primo numero lo stesso Pezzana parlava di una rottura con il passato senza precedenti: «Noi oggi rifiutiamo quelli che parlano per noi. […] Per la prima volta degli omosessuali parlano ad altri omosessuali. Apertamente, con orgoglio, si dichiarano tali. Per la prima volta l’omosessuale entra sulla scena da protagonista, gestisce in prima persona la sua storia […]. Il grande risveglio degli omosessuali è cominciato. È toccato a tanti altri prima di noi, ebrei, neri (ricordate?), ora tocca a noi. E il risveglio sarà immediato, contagioso, bellissimo.»

Ma torniamo in America: il Gay Liberation Front, esattamente un anno dopo i moti di Stonewall, organizzò a New York una marcia da Greenwich Village a Central Park, a cui presero parte tra le 5.000 e le 10.000 persone.
Non fu solo una normale commemorazione degli avvenimenti del giugno precedente: fu la prima, vera celebrazione dell’orgoglio omosessuale, il primo Gay Pride. Da allora giugno è considerato il mese dell’Orgoglio LGBT+, ed il periodo in cui in tantissime città in tutto il mondo si celebrano i Pride.

In Italia, il primo Gay Pride fu a Roma nel 1994. Da allora fino al 2014, ogni anno si scelse una città diversa dove celebrarlo, ma da quella data in poi si è deciso di lasciare che più città italiane festeggiassero questa ricorrenza contemporaneamente. Il numero di città coinvolte è cresciuto con costanza, fino ad arrivare al record di quest’anno – quaranta Pride, in quaranta luoghi diversi spersi per l’Italia. Una festa che anima di colore tutta la penisola. Un’Onda Pride – com’è stata soprannominata – che da nord a sud porta speranza in un Paese in cui, soprattutto negli ultimi tempi, odio e discriminazione sembrano regnare sovrani.
Domani, in mezzo alla folla che prenderà parte al Pride di Torino, né il Ministro Lorenzo Fontana che definisce questa manifestazione uno “scandalo” e promuove le preghiere riparative, né il Senatore Simone Pillon che parla di “abomini” e “delitti” in relazione ai diritti LGBT+, né tanto meno il Ministro Salvini, con la sua politica incentrata sull’odio verso tutte le minoranze, potranno minimamente scalfire l’atmosfera di gioia e di festa che si respirerà durante il corteo, in mezzo al quale sembrerà che il futuro riservi solo bellezza.

Per chi dice che il Pride non serve più a niente: servirà fino al giorno in cui, in ogni angolo della Terra, ogni essere umano sarà considerato per ciò che pensa e che fa, e non sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.

Per chi dice che il Pride è “esagerato” o “scandaloso”: in parte lo è, e la sua storia ci dimostra perché è giusto che lo sia.

Per chi vuole venire al Torino Pride: ci vediamo oggi alle 16 in Corso Principe Eugenio